dedicato a carlo che dieci anni fa ci ha lasciato i suoi attrezzi

Gasfiter.

Da “Le rose di Atacama” di Luis Sepulveda

E’ così che in Cile chiamano l’idraulico, e mastro Correa era un gasfiter orgoglioso della sua professione. “A tutto c’è rimedio fuorché alla morte” recitava il codice etico scritto sulla sua vecchia borsa degli attrezzi e, e lui, coerente con tale massima, girava le strade di San Miguel, La Cisterna e La Granja riparando tubazioni, sistemando rubinetti gocciolanti che erano causa di notti insonni e saldando le crepe della vita con la sua fiamma ossidrica al cherosene.

Quasi tutti i gasfiter uscivano molto presto dai loro quartier operai e, aggrappati ad autobus strapieni, si dirigevano nei quartieri alti, nelle zone dei ricchi, in un altro Cile estraneo e lontano. Là di lavoro ce n’era d’avanzo, e di tanto in tanto qualche padrone generoso mollava una mancia.

Mastro Correa odiava la parola padrone, così non usciva mai dai suoi quartieri. Lì si sentiva davvero necessario, perché quando si rompeva qualcosa in una casa ricca, si limitavano a ricomprarla, mentre fra la sua gente bisognava prolungare la durata degli impianti e per riuscirci bisognava conoscere i segreti del mestiere

Esaminava con occhio clinico un rubinetto dal gocciolio ribelle e, quando la padrona gli chiedeva se conveniva installarne uno nuovo, mastro Correa rispondeva lodando i fabbricanti, citando le caratteristiche nobili del metallo e la perfezione delle varie parti, in cui trovava sempre dettagli stile Bauhaus o art decò. Alla fine, con precisione da chirurgo, passava a smontare il rubinetto e sentenziava: “A tutto c’è rimedio fuorché alla morte”.

Non beveva, perchè  secondo lui un polso fermo era fondamentale nel suo lavoro. Sfogliava e leggeva con passione pubblicazioni di architettura che comprava nei negozi di libri usati, si emozionava fino alle lacrime descrivendo gli elementi di qualche nuovo materiale da costruzione, e se si concedeva un lusso, era quello di andare a vedere le olimpiadi studentesche allo stadio. Mastro Correa considerava gli atleti meccanismi perfetti, immuni dalla muffa e da ogni ruggine.

Un po’ più di un anno fa si sentì male e i medici gli diagnosticarono un cancro in stadio avanzato, ormai in fase terminale. Il gasfiter mise la sua canna ossidrica vicinissimo al letto e cominciò ad osservarla con aria preoccupata, con angoscia, non per la certezza della morte, ma per l’abbandono in cui sarebbero caduti i rubinetti, le tubature e tutti quegli impianti che dipendevano dalle sue mani.

Doveva fare qualcosa e lo fece. Con le sue ultime forze convocò le clienti che sentiva più vicine, gli spiegò che il mondo non poteva restare alla mercé della muffa e della ruggine, e gli rivelò tutti i segreti del mestiere.

Qualche giorno fa, a Santiago, sua figlia Doris mi ha raccontato di quell’università dell’idraulica, di come i ferri passavano di mano in mano mentre le apprendiste ripetevano parole tecniche come nei vecchi riti di iniziazione. Il funerale di mastro Correa è stato affollatissimo e tra i familiari e i vicini spiccava il battaglione di donne gasfiter.

Non mi è mai importato, né mi importa, di ciò che accade nei quartieri ricchi, ma mi preoccupa la sorte del mio quartiere San Miguel, di La Granja e La Cisterna. E’ un sollievo sapere che le discepole di mastro Correa ne girano le strade con i loro attrezzi in spalla, entrano nelle case e fanno in modo che l’acqua scorra pura e libera, senza scorie, come la grande verità solidale dei poveri che non arrugginisce mai.

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2 commenti

Archiviato in silenzio, storie

2 risposte a “dedicato a carlo che dieci anni fa ci ha lasciato i suoi attrezzi

  1. isabella

    la manutenzione, un concetto fondamentale

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